Se muore una casa editrice – di Antonello Ricci

Gen 7, 2012 by

fonte: http://tusciaweb.eu

Sulla possibile chiusura della casa editrice Davide Ghaleb abbiamo chiesto un intervento ad Antonello Ricci, nella consapevolezza che quando muore una casa editrice muore una comunità di pensiero. E mondo tre, il mondo della cultura, diventa più povero. Ovviamente ci auguriamo che la casa editrice Davide Ghaleb sopravviva.  –

Carlo carissimo, intervenire su questo argomento non è la cosa più facile del mondo. Almeno per me. Per me che ho scelto di vivere la mia vita nel segno dei libri e della poesia.

Mi rassicura un fatto, però: sapere che anche tu, proprio come me, bazzichi il vizio appassionato e innocente della lettura. Sapere che anche tu, come me, ami i libri in ogni loro aspetto. Per i tesori che ci raccontano e ci tramandano. Ma anche per la bellezza stessa del loro essere cose. Dell’essere, qui e ora, tra le nostre mani, con l’odore e lo spessore della loro carta, con la tenacia della loro legatura.

Bene. Per molti di noi (noi della Banda del Racconto, voglio dire) Davide Ghaleb non è soltanto un editore. Un editore-punto-e-basta. Il nostro Editore. No. Tanto che, guarda caso, lo abbiamo pure ribattezzato: “il santo”. Qualche volta, per lui, arriviamo a scomodare il superlativo!

Sia chiaro, mica perché vorremmo ascriverlo davvero al Martirologio di madre Chiesa romana (e magari proprio perché da anni stampa le nostre storie strampalate su quei suoi libri raffinati e curatissimi, e sempre ci fa fare bella figura coi nostri lettori, mentre lui… coi nostri libri sul groppone… rischia ogni volta di non incassare un euro, magari arriva a cacciarli di tasca sua, fino a fallire). No, non è per conflitto d’interessi che arriviamo a sfotterlo con l’esorbitante epiteto di “santissimo”.

Quanto piuttosto perché Davide Ghaleb ci sembra un pezzo d’Italia. Un minuscolo, esemplare pezzo di un’Italia che ci ostiniamo a ricordare e a desiderare migliore. Un’Italia refrattaria a qualunque conformismo, capace di resistere alle sirene del compromesso. Un’Italia ricca di ardore, di genuino inestinguibile amore per la verità della cultura. Per la cultura come verità della ricerca. Al tempo stesso Davide Ghaleb ci sembra che rappresenti anche l’Italia più onesta, quella sempre china sul proprio lavoro, con cura paziente, con perizia artigianale, con fedeltà e tenerezza per tutte le cose belle. Belle perché fatte a regola d’arte. Un’Italia generosa, piena di fiducia, di amicizia, di vero coraggio. In fondo credo che non servano troppi discorsi. Per capire Davide Ghaleb editore basta sfogliarne il catalogo.

Permettimi una divagazione, solo apparente. Nel 415 d.C. ai tempi dello sfacelo dell’impero più grande e più potente della terra, un poeta ammirò dal mare gli spalti deserti, i ruderi di quella che un tempo era stata la ricca Populonia. E scrisse: «Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino: ecco che possono anche le città morire». Ma se tu provi a convincermi che di questi tempi è normale che un editore possa chiudere i battenti (con la crisi che sta spazzando via altre, ben più importanti cose…), io ti rispondo no. Non è normale. Se tu mi chiedi di non soffrire perché un piccolo editore, un appassionato editore di provincia, deve gettare la spugna: io ti rispondo no. Che non ci sto. E non solo mi indigno. Mi incazzo proprio. Perché dal primo gennaio di quest’anno la nostra amata cenerentola Tuscia, senza Davide Ghaleb editore, è più povera.

E mi tornano in mente, Carlo carissimo, tutti i soldi pubblici che ci è capitato (e ci capita) di veder scialacquare, in questa nostra breve vita: quotidianamente sprecati in “politiche culturali” marchiate a fuoco da localismi strapaesani e meschini clientelismi.

Infine, chissà perché, ripenso a un aneddoto di qualche anno fa: quando, proprio a Viterbo, il giorno dell’inaugurazione di una mostra d’arte contemporanea, il museo civico, che doveva ospitarla, venne giù. D’un colpo. Nessuno si era reso conto che era fradicio, arrivato, finito. Qualcuno, evidentemente, non si era curato di far bene il proprio lavoro, il proprio dovere. Ma la cosa più incredibile – dice – è un’altra: gli amministratori, che pure si erano ricordati di spendere i soldi dei contribuenti per la porchetta del rinfresco, si erano invece, clamorosamente, scordati di assicurare le opere d’arte esposte. Non so come sia andata per davvero la faccenda: so però che questa iperbole fantasiosa, così tragicamente fantozziana, con il museo che crolla sotto l’epico peso di una porchetta, sembra la perfetta metafora di un’Italia che non ci piace e alla quale ci ostiniamo, colpo su colpo, a ribattere.

Almeno io e te, Carlo.

E noi della Banda del Racconto.

E Davide Ghaleb editore. “Santissimo” per gli amici.

Antonello Ricci

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