“Rose e detriti” pièce teatrale di Letizia Leone – Lettura di Roberto Eleuteri
Rose e detriti (Pièce teatrale)
Autrice: Letizia Leone
Editore: FusibiliaLibri
Collana: Palco (Collezione di teatro)
Anno 2015
pp. 56
formato 17×12
11,00 euro
ISBN 9788898649211
Con una nota di Giuseppe Napolitano
Con un grande patrimonio decadente e simbolista, oltreché ermetico, Letizia Leone ci conduce nel labirinto di Salomè, straordinaria figura già rivisitata, tra gli altri, da Oscar Wilde; e lo fa utilizzando immagini sfolgoranti, carnali, e spesso funeree.
Rose e detriti mette insieme questi elementi, introducendo un tema innovativo rispetto agli autori precedenti: l’Ultimo monologo impossibile del Battista, in cui emerge persino uno spunto futurista, “nelle radici del collo / che pulite dal sangue brillano come cavi elettrici staccati”, e in cui sono presenti altre immagini apocalittiche, quale ad esempio l’inquietante potere della “forza del cielo che si deposita sulle ciocche”.
In questo monologo scaturisce l’invettiva indirizzata a Salomè: “maledetto / diavolo di donna e di odio”, e ad Erodiade, che “si presentava con un amore casto / per cullare le ossa / all’uomo straziato dal buio e dalla fame / ma non era vero”.
Solo nella parte finale viene presentata la figura di Erode nell’angosciata riflessione: “cammino in un appartamento vuoto”, nel palazzo dove “il silenzio lancia una sfida”.
Tutto ciò appare preannunciato nei primi versi della pièce dall’ossimoro dell’incendio freddo o della luce umida, come presentimento della disfatta che ora si rivela nel disperato grido del re: “non c’è più nessuno qui”.
Ed è a questo punto dell’opera che troviamo ancora l’immagine delle rose, nella costatazione che sono state strozzate dal “tuono / uscito dai pozzi stipati di cadaveri”.
Nel prosieguo del monologo di Erode, Giovanni Battista viene raffigurato in modo macabro e minaccioso: “tu, mago, hai invasato le anime deboli / hai seminato l’aria di succubi / filtrato i sussurri delle rocce in un rito dei morti / dapprima e di notte / per un Dio che era l’apoteosi del dolore”.
Così incombe la presenza di un Dio vendicativo e feroce, che viene evocato nell’esclamazione: “mai vista tanta carne / che si disprezza!”. E più avanti, di nuovo il riferimento al Battista: “tu: eri tutta la misura del deserto fattosi uomo”.
E sembra qui di sentire l’eco delle parole che Oscar Wilde fa pronunciare a Erode stesso, quando vede la luna oscurata da un sacco nero, e si augura che scompaiano tutti gli astri, compreso il sole.
Come pure si potrebbe scorgere un’affinità col finale della Salomè di Carmelo Bene, in cui Erode esclama: “comincio ad avere paura”.
In un ‘clima’ simile, la stessa Salomè in precedenza era stata descritta come una bestia mai sazia, preda di “sintomi epilettici in fiotti di calore”.
Un clima che richiama, se vogliamo anche per contrasto, il famoso quadro di Gustave Moreau, magnificamente descritto da Joris-Karl Huysmans in À rebours, in cui viene sottolineata la glaciale crudeltà della danzatrice dei sette veli.
Erodiade, a sua volta, maledice Salomè, che “per un bacio spudorato / sulla bocca glaciale di un morto / si è venduta”.
In questa ‘perdizione’ si colgono richiami alle notevolissime versioni di Mallarmé e di Flaubert, e a un contesto di ‘decadenza’ di un ‘impero’, in senso quasi verlaniano. Appunto mentre le milizie straniere si avvicinano, Erode viene abbandonato alla sua disperazione.
Erodiade da parte sua ha già denunciato l’assenza di Salomè che “ora giace qua e là / e si sollazza nelle carceri / tra il fetore insopportabile dei condannati”.
Si materializzano dunque davanti al lettore una serie di immagini macabre, come ad esempio: “meglio i fiori a mollo dentro un cranio. / Garofani sfasciati nell’aceto”.
L’esaltazione della carne si trasforma in sconfitta, in un meccanismo di auto-colpevolizzazione che colpisce Erode ed Erodiade: “questa luce è un urlo, è violenta, è un drago e / non dà tregua ai corpi / di nascondersi, di accartocciarsi nel buio”. E ancora, per bocca di Erode: “il grido del predicatore come un’onda di sporcizia / un esercito maleodorante di parole / ha saccheggiato ogni mattone / della mia casa”; e “la tua testa è rotolata fuori […] è traboccata fuori dagli abissi / delle nostre anime infernali”.
D’altra parte la schiava sembra l’unico personaggio che realizza in anticipo la situazione di disfatta: “ho paura, mia Signora: troppi spettri” […] “sì, tetre queste rose, regina Erodiade / come tributi di sangue / poco sangue vibrante regalato alla sete / di una febbre acida e segreta”.
Così il libro di Letizia Leone si rivela come un piccolo capolavoro, per il ritmo serrato e l’evocatività della parola poetica, liberata da ogni ossequio ai temi sacri trattati nel testo, nella prevalenza di un labirinto di immagini carnali, decadenti e profane.
Di qui l’effetto di straniamento dato dal binomio carne-morte e dalla “mortificazione di ogni felicità”, per citare le parole dell’autrice, che riesce a dare un nuovo significato e un nuovo convincente volto a una figura che sembrava ormai completamente ancorata alla tradizione simbolista e decadente.
Letizia Leone ha pubblicato numerose opere di poesia, tra le quali, più recentemente, “Notazioni sui fastidi del sonno”, Ensemble Edizioni 2020, e “Fiori e fake news”, Perrone-Affiori, 2024. Presente in numerose antologie, tra cui “Sorridimi ancora”, a cura di Lidia Ravera, Perrone Editore 2007, dalla quale è stato messo in scena lo spettacolo “Le invisibili”, Teatro Valle, 2009 e “How The Trojan War Ended I Don’t Remember”, Chelsea Edition New York 2019. Autrice di saggi critici, è redattrice della rivista internazionale “L’Ombra delle parole” e della rivista di poesia e contemporaneistica “Il Mangiaparole”, Edizioni Progetto Cultura, nonché tra i soci fondatori di ‘Esquilino Poesia A.P.S’ e coordinatrice del Festival Letterario di “Notti di Cinema a Piazza Vittorio”. Per il teatro ha pubblicato “Rose e detriti”, FusibiliaLibri 2015, e “Intervista a Leopardi”, messo in scena al teatro Tordinona di Roma.
Roberto Eleuteri ha tradotto e curato il libro Liber al vel legis (2000), del poeta e occultista britannico Aleister Crowley, Il torchio edizioni. È presente con suoi testi poetici nella antologia Il tridente e la fanciulla (2012), e con il racconto breve Le caverne fuori del tempo nella antologia Sorridi sei a Nettuno (2018), entrambe per FusibiliaLibri. Ha collaborato con Volume edizioni e insegnato materie letterarie negli istituti superiori. Per FusibiliaLibri sta preparando un’edizione delle sue prose alchemiche.





