“Scorie per l’avvenire” – Lettura di Enrico Pietrangeli
Leggendo Scorie per l’avvenire di Ugo magnanti in un bar, dopo aver girovagato in un mercato dell’usato una domenica mattina.
In tempi densi di cinica nostalgia, oltre a eBay, dove trovi di tutto, di più o quasi, ci sono i mercatini dell’usato in franchising col conto vendita e, in extremis, quando tutto è stato piazzato al miglior realizzo possibile, ci resta da vendere la casa del morto. Poi arriva l’offerta da non perdere, protrarre sarebbe una rogna e non soldi di realizzo, finanche ulteriori ‘impicci’ di un’eventuale fratellanza da mandare a farsi fottere… Occorre, al dunque, sbaraccare quelle ultime cianfrusaglie o che si voglia d’altro non ancora sistemato, pagare qualcuno il meno possibile per sgomberare il tutto.
È così che, la domenica mattina, si riempiono quei due banchi del mercato di un caotico marasma di ‘scorie’, scaraventate là come se fossero state depositate dalla dentata pala di una ruspa che non indugia: un cumulo di cose da dove poi disseppellire il qualcosa da freneticamente ricercare nel caos che lo attornia. Nulla di rilevante, scordatevi sorprese!
Quelli erano altri tempi, non oltre gli anni Novanta… Tempi in cui ancora si trovava una tantum il quadro, il disco e il libro di pregio gettato lì, sepolto tra le ‘scorie’, quel che ora non troverete più… Ah, già! C’è Internet che ha reso tutti più edotti, abili esperti da valorizzare tutto, anzi: tuttologi. Eppure, nonostante il tutto che avanza, restano ancora, lì sepolte, delle foto accartocciate sotto un cestello, lettere sin lì scampate al tempo, qualche pagina di giornali degli anni Cinquanta con avvolti alcuni 78 giri che nessuno o quasi oramai comprerebbe, non è mica roba della mia ‘fantastica, stupenda e meravigliosa’ gioventù, qualcosa per cui vale la pena spendere qualche euro per autocelebrarmi! Restano ‘scorie’ tra le ‘scorie’, rilievi d’inutili oggetti, ma non meno densi di ricordi. Fa capolino, tra diversi arnesi, l’arrugginito meccanismo di un cancello, quanto avremmo voluto che fosse e non è stato poiché è restato lì, inceppato.
Le poesie di Ugo Magnanti sono ‘scorie’ per un anelato e impietoso ‘avvenire’: improvviso, come lo è la primavera, irreversibile, come lo è l’autunno. Sono un po’ come alcune di quelle sparpagliate fotografie immerse tra bobine di nastri magnetici e scatole di filmini super 8, tutti intrecciati l’un l’altro sul banco del mercato. Foto che si distinguono, tra le altre, poiché ci colpiscono. Tra queste compaiono quelle del “quale tu sia, pensai guardando una / foto, fatti sotto!, somiglianza / lasciata da mio padre a suo figlio”, e c’è pure un’ “auto gialla”, un vecchio modellino che emerge tra ferraglie in fondo al banco (non potrebbe non attirare l’attenzione del poeta che vaga, rimuginando, con “una canzone tra i denti”) poi, tra il cumulo dei 45 giri, della “musica disco, che un giorno / avrei fatto girare sul piatto”, quella della vita con la fabbrica, il mutuo e la casa comprata.
Realtà aliene al poeta, che invece s’interpella tra vite che scorrono e si riproducono, su quanto resta, nel divario, d’incompiuto, tra affinità e divergenze, l’oltre percepito e quello lambito di un abbraccio mancato, ma “sarà bello lo stesso ricordare ciò che ci è crudelmente sfuggito”. Lo è tanto da trattenerlo, da essere palpabile a partire dal ricordo di qualcosa di comunque prezioso, da custodire e tramandare per l‘”avvenire”. Tant’è, di quelle scorie, quel che né il tempo né gli inceneritori riusciranno a riciclare alla terra, sarà ulteriore poesia e una preponderante emozione che, allo stesso tempo, si renderà altresì razionale, di una compiuta archeologica giacenza, di una ricerca che, solo dopo profondi e accurati scavi, lascia emergere quelle ultime, inestimabili ‘scorie’.
Pertanto, le ‘scorie’ di Ugo Magnanti, transitano tra oggetti di terz’ordine per lasciarne sopravvivere soltanto taluni che, più che mai vividi di un dettaglio, riemergono dalle viscere con nuova luce e splendore, destinati all’avvenire a prescindere da ciò che resta d’integro o d’incompiuto, poiché, attraverso il tempo e la poesia, si assume nel rinvenimento stesso e la sua narrazione un valore intrinseco completo: la scoperta di quelle ‘scorie’ destinate a un certo avvenire poetico che le carezza con spietata delicatezza e gusto, nel segno di una scrittura che, disseppellendole, ne riporta le gesta facendole rivivere ancora da scorie inanimate che erano: assumono il profumo conferito dal dettaglio, che resta oltre il tempo.
Ecco allora che l’utensile paterno viene ad essere un tutt’uno col verso filiale, lo ‘sputo’ e il ‘veleno’ divengono persino viatico di transizione. C’è rimasto ancora da salvare qualcosa dal banco delle ‘scorie’ al mercato dell’usato. E ciò che salva, non è tanto il riciclo con senso civico, oppure il traslato di un tempo rievocato attraverso un oggetto ritrovato. Ciò che salva è l’atto d’amore, quello di rielaborare, dunque il riordinare e custodire delle ‘scorie’ che sono parte della nostra anima nella sua esistenza fisica. Non sarà per un pugno di euro in cambio di qualche ‘scoria’ da cui liberarsi che avremo miglior vita e, tanto meno, una morte più degna.
Attraverso le ‘scorie’, non solo Ugo Magnanti compie un viaggio della psiche tra frammenti di fotogrammi sospesi, smonta e rimonta ogni singola immagine che coglie, analizzandola con un versificare asciutto e incalzante, attraverso uno stile disincantato ed elegante, a tratti dialogico, che trattiene il lettore, lo porta a divorare per intero il testo, coinvolgendolo. Sono affinità e divergenze che divampano silenziose quelle che affiorano, sommano e soppesano attraverso la scomparsa e la sua rielaborazione, sempre densa di angoli e prospettive ignote, che emergono prepotenti di un esistenzialismo che incalza, non concede tregua nel mettere a nudo il dettaglio, che non denota mai imbarazzo, anzi appende ‘scorie’ al paradosso che, puntualmente, arriva svelando ulteriori orizzonti, la banalità del bene nel “senza vergogna, o dovunque” (“Disprezzavo e seguivo i consigli / spietati di mia madre e mio padre / che continuavano a dirmi di esistere, di salvarmi a ogni costo […] come anch’io / avrei detto a mio figlio: di assecondare / una voce antica, di scambiare / un prurito alla minchia per sentimento”).
Un’esistenza che riecheggia nella figura del figlio e la dualità padre – figlio, un’assenza che esplode nell’elemento di un dato secondario che forza le porte e sancisce, nel presente, immortalandosi sospesa tra passato e futuro, in un equilibrio funambolico de “lo stesso seme che aveva avuto / lui nel suo scroto, lo avevo io nel mio scroto, / ma quasi mai sarei stato, come era / stato lui”, che è uno scardinare l’esistenza stessa e rincorrere un destino non ammesso né escluso: “a quante infezioni, a quanti incidenti / scampai, perché arrivato in quel punto / un minuto dopo”.
La morte, o meglio il tema della morte che si manifesta, impavido e impietoso in tutti suoi segni, si concretizza fino a rendersi tangibile nell’ultima parte della plaquette, per estendersi ed esondare nell’ulteriore lutto dell’auto paterna lasciata allo sfasciacarrozze: “la portai via un’ultima / volta, più o meno come una mucca / al macello”.
L’anima e i rapporti umani includono, a loro volta, luoghi e oggetti che non possono divenire ‘mercato’ volto a sopperire deficit umani, sono essi stessi parte dell’estensione dell’anima nel suo vissuto. È così che, di domenica mattina, seduto in un bar, leggo “Scorie per l’avvenire” tutto di un fiato, dopo aver girovagato per il mercato. Lo ripongo in tasca e scrivo qualche appunto di getto sul telefono. Poi tiro fuori dal sacco il bottino: la copia trovata di “Postuma” di Stecchetti ristampata nel 1922 (nulla di rilevante, fu un ‘best seller’ ristampato per quasi mezzo secolo, quando la poesia faceva vendite e mercato), ripenso che, più o meno da quelle parti, negli ormai lontani anni Novanta, trovai una copia de “Le Rime” dello stesso autore stampata nel 1905. Chissà a quale morto saranno appartenute, quale destino le avrà condotte tra le mie mani e quanta vita e quante altre storie vi sono scorse intorno …
La vita, dunque, ci restituisce sempre qualcosa, un incontro, un pensiero, un sentire, magari, a saperla intendere, anche al momento più opportuno.
UGO MAGNANTI ha pubblicato diverse opere di poesia, tra le quali, più recentemente, Ciò che l’Isola dice (FusibiliaLibri, 2022) (con Cristina Annino), l’autoantologia Il nome che ti manca” (peQuod, 2019), il poemetto in ‘stanze’ L’edificio fermo (FusibiliaLibri, 2015), e la plaquette Ciclocentauri, con tavole di Gian Ruggero Manzoni (FusibiliaLibri, 2017).
ENRICO PIETRANGELI, poeta, scrittore, musicologo, ciclopoeta, speaker radiofonico, curatore di eventi, e giornalista pubblicista fino al 2021, ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni libri di poesia, Di amore di morte (Teseo, 2000), Ad Istanbul tra pubbliche intimità (Il Foglio, 2007), Mezzogiorno dell’animo (Cleup, 2011).





