Rapido blé – Ugo Magnanti

Mag 7, 2015 by

rapido blé 001Rapido blé

Autore: Ugo Magnanti
Editore: U.M.E.
Collana: Altri sali
Anno 2003
pp. 102
formato 12×17
13,00 euro
ISBN 88-900883-2-X

 

 

disponibile su fusibilia@gmail.com

 

La silloge di esordio di Ugo Magnanti.

 

Alfredo Rienzi su “Rapido blé“, di Ugo Magnanti
Altri Sali, Anzio, 2003

C’è una duplice tensione, negli incalzanti versi di Rapido blé, raccolta di 70 componimeni numerati, che prende ill titolo dall’ultimo verso, ad incremento di un senso inquieto ed in qualche misura ansiogeno che la pervade.

I.
Una prima faglia si coglie nel conflitto formale tra una viva musicalità nel succedersi di versi brevi ed il disegno dell’autore di azionare la sordina, di occultare l’ampiezza dell’onda ritmica agendo principalmente, ma non solo, per scomposizione verticale, adottando cioè come elemento metrico di base un verso corto e cortissimo. Il verso, così segmentato, dissimula una melodia innegabile, che si apprezza, già dal primo testo per alati settenari (“agli alisei salmastri”, per esempio) ed emistichi che scompongono nitidi endecasillabi (“narri dei vivi/ l’estro per l’anguria”) e persino laddove, il verso più appare contrarsi ed ansimare:

“per credere al sollievo/ di una lama/ o di un peso/ che ti nuoce” (testo n. 1)
“l’esulare con te/ al vespro livido/ in voci amare/ a cui convergi/ raro” (23)
“piega le spalle/ quel turco/ e la schiena” (52)
Si legga ancora il componimento n. 57 costituito da due soli endecasillabi spezzati:
“sei cinta in petto/ amara/ di pesi
ti attendono/ rare piume/ di ghiande”

La frantumazione del verso e la totale assenza di punteggiatura, sono i più potenti meccanismi formali di rallentamento-accelerazione del flusso verbale, ma non gli unici: se l’affiorare di lemmi desueti o arcaici (“etra”, “traodo”, “virente” “infoibi”, “m’impiaga”, “vespero”, “incorda”, “diuturno”, “rasciugare”) può rallentare il percorso di lettura e decriptazione del testo, l’addensarsi di grumi di elencazioni ed accumulazioni agisce invece per precipitazione (“..mai più illumini un ricordo/ il pianto/ il bandolo/ la scoria/ il nome”; “le oche bianche/…/ testarde e nude/…/ indenni/ goffe/ vuote”; “come te sceglie/ opprime/ sovrasta/ parla”). Soprattutto tipizzante è il ricorso a stretti polisindeti (“che riempie/ che affanna/ che tiene”; “c’è un ade/ in cui rimbombo/ in cui il sandalo m’infuria/ in cui latenti e nudi esseri”; “scendi/ in ciò che è ardente/ in ciò che tesse/ in ciò che abbatte il reo”) o di più dipanate anafore, anche a ponte di brani contigui:

“sono dio/ e oggi scaglio/ il tuono/ che non m’illuse” (63)
“sono un corpo che va/ alle rampe/ bianco/…/sono lo sterno/ che anche va…./ sono così” (64)

La cifra stilistica di Magnanti, oltre che da quanto già frammentariamente accennato, prende forza espressiva anche in virtù di una alta densità di sostantivi e forme verbali (prevalentemente al presente ed in prima persona singolare) e, soprattutto, per una ipoaggettivazione quanto mai efficace e distintiva in una rigoroso lavoro di disossamento del materiale linguistico.

II.
La seconda e più determinante linea di confine nei testi di Magnanti corre sull’affilato spartiacque tra allusione e descrizione, tra velamento e snudamento, in un vortice di immagini, asserzioni, frammenti narrativi che lavorano in profondità il lettore, artigliato tra tensione decodificativa, feritoie intuitive e afflussi di senso.
Che la parola di Rapido blé si muova nell’angusto territorio tra dire e tacere, tra mostrare e accennare, e che ciò accada con la guida consapevolmente sofferta è evidente da molti passaggi, tra dubbio ed autoreferenzialità:

“luce sepolta/ di un’accecata frase/ puoi salvarmi/ battezzata nella sosta” (8)
“non la pietra o la scia/ o una parvenza/ il poeta cerchi al sole insonne/…/ ma il carme sbarri/…/ col grido che è nudo/ impuro/ azzurro” (42)
“oh lettere da svolgere fra i denti/ come se stanchi/ scendessimo dai monti/ così ci accoglie dei poeti/ il dire senza intenti”(43)
“sono falle/ le mie preghiere nude/ sono sante/ e contorte in un etimo-bisonte” (62)

E’ in quest’ottica, tra trattenuta tensione creativa (“fra qualche voce/ un dire a cui tremo” nella “luce sepolta/ di un’accecata frase”) ed un destino eroso e di basso profilo (“soltanto partorisce un precipizio”) che va illuminata l’epigrafe tratta da Baudelaire “Seigneur mon Dieu, accordez-moi la grâce de produire/ quelques beaux vers qui me prouvent a moi-même/ que je ne suis pas le dernier des hommes”.

Magnanti pare sfidare il lettore, (il senso della comunicazione, la stessa nozione poetica) in un reciproco sospetto:

“chi parla di te/…/rischiara l’ultimo silenzio/ ma è un silenzio/ a cui sono come inatto/ a cui non ti affanni”(5)
“il tuo prossimo/ ti cammina accanto/ ma non sa dirti” (17)
“ciò che ti aspetta è labile/ ed è muto e unico/ ogni giglio calpestato/ non lo dice/ ogni azione a cui mi offro?” (20)

E più che ammansirlo, condurlo, blandirlo l’autore di Rapido blé lega il lettore al testo, originale e ricercato, richiedendogli una decifrazione costante e severa per tutta la raccolta, a tratti lo disorienta e lo allontana (o se ne allontana) con spezzoni di immagini enigmatiche (“piega le spalle/ quel turco/…/da lui imparo/ di lui ignoro/ l’inchinarsi”; “l’inca che ti martoria/ non ti vuole invano”) spinte a volte al limite del non sense (“langue la scena/ sul diametro/ travolto dai tapiri”; “…vedi/ il vile cacatua/ che si spezza”). Per poi subito avvolgerlo e catturarlo con la forza assertiva di una “gelida” ragione (“una gelida intuizione sulla grazia” “la tua mente invoca il gelo”, “col desiderio del suo gelo”, “nel gelo straordinario/ della coscienza assorta”) e con una tremula alternanza tra luci ed ombre emozionali (“oh luce/…/ non illumini le nude sorti”, “fra le ombre/ a cui m’inoltro come scheggia”).

Come visto, e per fortuna della riuscita del testo, il frammentato impianto scenografico e versale non è fine a se stesso, ma è il contenitore, obliquo ed anfrattuoso, di una vis lirica, dove il pensiero è alto e intimamente sofferto. Dipanati, per quanto possibile, i codici formali, sintonizzatisi sui registri espressivi, affinato l’orecchio alla voce più profonda di Magnanti, la vera tensione che si percepisce non è dunque quella strutturalmente letteraria, ma quella universale dell’uomo prometeico (componimento n. 50):

per il grembo
irrevocabile
ogni cosa
m’interroga
densa
il cammino
è la patria remota
imminente
sopra un’erba
senza sguardo
al cielo lodato
che muta

E’ chiaro, quindi, nel più volte suggerito scarto tra allusione e affermazione, che l’autore ricerca una appropriata dicibilità delle cose, ma essenzialmente delle cose dell’intelletto e dell’animo, una parola che arricchisca la trama, ma che in parte la celi, la confonda, quasi a renderla premio per lo spettatore non disattento. Che poi l’intento si realizzi nel darsi poco per volta, come in un rebus, o piuttosto nel negarsi, in tutto o in parte, non viene chiarito completamente, con ciò finendo per poter assumere entrambe le opzioni, per questa o quella ottica da cui il lettore-osservatore s’approccia e com-prende il testo e ne è, a sua volta, da esso com-preso.
A rendere di non immediata decifrazione i vari snodi del racconto poetico, dove aleggia, nel gioco di enjambements polisenso, di sequenze sintattiche lunghissime, un che di inconcluso, di sospeso, di non detto, concorrono anche il vorticare di immagini spesso enigmatiche e decostruite, e gli assemblamenti figurativi che continuamente perdono e ritrovano misura o si accendono come in una autocombustione onirica (“muoio in un treno/ mentre il sogno crea/ diaspore senza peso”).
Così, se resteremo a chiederci se le “trote affrante”, “le oche bianche”, “la starna”, “la lepre”, “l’agnello afflitto” che prendono vita, siano figurine di cartone, sacrificali allegorie o né l’uno né l’altra ma solo, semplicemente, matericamente , visivamente trote, oche, starne…, di certo non potremo non sentire tutta la forza tragica, luminosa ed algida insieme, cupa ed eroica, che sostiene la raccolta:

“le ore svena/ le oasi complica/ è così la pena/ che vestì anche me” (29)
“io vi saggio/ scelti dagli specchi/ o dall’ombra ossessa contro un muro/ nell’ora lenta/ turbamenti miei!” (21)
“solo un ardore/ che sale/ ci ingombra/ con la cieca salvezza del buio/ con un dono triste/ con un crepitio che filtra e taglia/ questo fuoco d’ombra/ portiamo un peso/ che non abbiamo scelto” (60)

Già dalla dedica (“a mio padre/ edipicamente/ non edipicamente”) l’alveo di un fiume sotterraneo assume, sia pure con “nome laico”, il tono greve ed “afflitto”di una tragedia scandinava, tra “l’oro di una colpa”, “viltà”, “dolore”, “peccati”, “passioni e cadute”, “pena”, “ansia”, “tormenti”, “affanni”. Questo profilo di “gelo” e di “ombra” interiore è appena diradato dal più rarefatto “flusso della nuvola”. Si deve tuttavia sottolineare come anche nell’ora dei più alti intenti, Magnanti non abdichi al governo di una spazio poetico misurabile ed icastico, anche controbilanciando i vertici lirici con zavorre linguistiche tutt’altro che accidentali, quali, ad esempio:

“attendo tremebondo/ fra le ombre/ a cui m’inoltro come scheggia/ così mi alleo/ col fuoco/ e con la merda” (59)
“un lezzo/ da certi orinatoi/ ci sferza/ su un vagone tardo/ che nel giorno langue/ stringe i petti/ un seme d’ombra che cade” (69)

Altrettanto significativo è che, viceversa, anche nell’esercizio di una descrizione minimalistica, non rinunci ad un raggio verticale (“all’ombra/ di cieli straordinari” o nelle alchemiche interiora terrae è poi, per la nota legge ermetica della simmetria micro-macrocosmica, del tutto sovrapponibile o quasi, con ciò tagliando sul nascere ogni improduttiva valutazione sulla religiosità e/o sugli psicologismi di fondo):

“non appena giunto/ pronuncio una frase/ oh mesta casa/ raccolgo del formaggio/ il grammo muto/…/ oh sera insana alle mie grate/…/ nell’attesa di qualcosa/ il respiro esulta e duole” (39)

Un corrispettivo lemmatico di questa scansione verticale, è appunto il ricorrente “oh” vocativo che, indossa oltre al prevalente abito lirico (ripetutamente: “oh luce”), almeno talvolta, una veste anche ironica (“io ti acciacco oh alga/ benché mi agghiacci a volte)”.

In definitiva la lettura di Rapido blé richiede un passo attento e circospetto, che ai primi transiti determina soste e scarti, come se ci si trovasse a muoversi su un campo minato il cui senso sotterraneo si disseppellisce per cauti appostamenti o per improvvise deflagrazioni, svelando nel ricco ed elaborato scenario versale e raffigurativo, “quando muto abusa in noi il nostro fango” e “la mente splende” la frattura tra realtà e percezione e l’atemporale dramma umano della coscienza del sé: “la trave che spasima nella coscienza/ è dunque questo il modo/ col quale tu accarezzi/ chi afferri con l’inganno?”.

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