Lettera di Mauro Macario su “Scorie per l’avvenire” e “L’edificio fermo”
Scorie per l’avvenire
pagg. 42
11,00 €
FusibiliaLibri, 2024
Mauro Macario
Caro Ugo,
tu davvero sei poeta viscerale, misurato, controllato, lucido, ma poeta organico, nel senso che hai un organo in più: la poesia.
I critici autoptici, guidati purtroppo dal pensiero matematico, possono fermarsi ad analizzare (o macellare) le sole frattaglie tecniche, ma quell’organo misterioso non lo possono individuare. Io lo vedo, lo tocco, attraverso un pensiero sensoriale che appunto non è un metodo, ma una facoltà percettiva.
Nel complesso delle due opere che mi hai inviato e che ho gustato con bulimia interiore, ho goduto della struttura di poemetto che indica una inclinazione strutturale di poesia epico-narrativa.
“Scorie per l’avvenire” è di un asciutto struggimento nel suo ripercorrere tre stagioni esistenziali: l’infanzia, l’adolescenza, e la maturità dell’adulto. Particolarmente coinvolgente tutta la sequenza che va dalla morte del padre fino alla fine del racconto. Con che limpidezza e miracolo di memoria rivisiti queste ‘Scorie’ che sono, come ti avevo già scritto, delle vere pepite d’oro, con quell’incastro tra sfumature intimiste, paesaggi campestri, e atmosfere operaie. Hai avuto il dono di creare una partitura intessuta di una cadenza interiore e ritmica che tanto mi hanno ricordato il mio amatissimo Cesare Pavese, ma senza mai imitarlo, giacché il tuo canto è solo tuo, di uno stile interno personalissimo. Poesia che finalmente si esterna in una versificazione diretta, semplice, trasparente, mai mascherata da criptiche strategie formali di cui siamo già fin troppo saturi e irritati. Poesia pura, sempre originale in ogni corpo poetico, agganciata al corpo successivo con grande maestria armoniosa e fluida. La figura del padre, devi sapere, è anche nella mia vita fondamentale, quindi l’ho seguita con vibrante partecipazione.
“L’edificio fermo” non è solo un edificio ma una piramide d’antichi misteri che tu hai cercato di disvelare. Misteri che tormentano tutti i tuoi interrogativi esistenziali, con una sottile linea rossa riguardante la morte, il senso del tempo, la disgregazione, la perdita del vissuto. Lì espliciti tutto il tuo magistero poetico in un strip-tease dell’anima che metti a nudo senza riserve, senza risparmiarti. Corpi poetici massicci e lievi a un tempo, dove tutte le parallele degli interrogativi convergono in un solo punto creando quella domanda universale cui non possiamo rispondere ma solo rotolarvici dentro.
Ogni poesia, dico ogni poesia, ha due versi geniali, due immagini originalissime, e un guizzo improvviso di rottura provocatoria che ci arriva come un impatto senza barriere protettive. Ci sarebbe da dire molto sulla tua creatività viscerale, ci sarebbe da scriverne un saggio.
Dal mio punto di vista, umile e ammirato, non posso che registrare un’opera compatta, originale, coraggiosa sempre.
tuo Mauro Macario
UGO MAGNANTI ha pubblicato diverse opere di poesia, tra le quali, più recentemente, “Ciò che l’Isola dice” (FusibiliaLibri, 2022) (con Cristina Annino), l’autoantologia “Il nome che ti manca” (peQuod, 2019), il poemetto in ‘stanze’ “L’edificio fermo” (FusibiliaLibri, 2015), e la plaquette “Ciclocentauri”, con tavole di Gian Ruggero Manzoni (FusibiliaLibri, 2017).
MAURO MACARIO
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