“Ogni piccola ferita” romanzo di Maurizio Ceccarani – Lettura di Roberto Eleuteri
Autore: Maurizio Ceccarani
Editore: FusibiliaLibri
Collana: diorama (collezione di prosa)
prefazione di Anna Maria Curci
Anno 2017
pp. 120
formato 17×17
14,00 euro
ISBN 9788898649426
disponibile su fusibilia@gmail.com
Cinque personaggi, la lotta armata e una guerra sullo sfondo. Uno spaccato sociale ed esistenziale dagli anni ’70 ai ’90 dove la maturità mantiene il caposaldo della lotta di classe vissuta in giovinezza.
Maurizio Ceccarani, in questa serie di avvenimenti che coinvolgono cinque protagonisti, ci parla della quotidianità precaria di Giovanna, Guiduccio, Rita, Dario, e Maria, narrandoci delle diverse scelte fatte dagli stessi personaggi, con intensi riferimenti, fra l’altro, agli ‘anni di piombo’, e con la rievocazione del loro impegno politico in età giovanile.
I riferimenti, dolorosi come una ferita aperta, rimandano a figure ed eventi che hanno contraddistinto la storia di quegli anni (in questo senso vengono rievocate le manifestazioni a Roma del 12 maggio 1977, una delle date più drammatiche della storia repubblicana italiana, ricordata per l’assassinio della studentessa diciannovenne Giorgiana Masi; e viene immaginato l’incontro di Rita, anni dopo, nella libreria Feltrinelli di Torre Argentina, con un misterioso senatore, colpevole di essere uno dei burattinai della strategia della tensione.
Presenti nel libro gli scenari della guerra in Bosnia e dei fatti di Sarajevo, dal novembre del 1993 ad aprile del 1994; presente l’operazione Desert Storm, campagna aerea della guerra del Golfo, che avvicinò la guerra al Mediterraneo, prefigurando la minaccia di un conflitto globale.
Tutti questi eventi si capovolgono e risuonano nell’interiorità dei protagonisti, in cui si agitano ferite e delusioni, del resto già prefigurate dagli eserghi del romanzo: nei versi della poetessa Alda Merini: “Vorrei parlarti del freddo del cuore, / del mio cuore di radice ferita”; e nelle parole di Oriana Fallaci: “Niente ferisce, avvelena, ammala quanto la delusione”.
Quattro dei protagonisti lavorano in ospedale e cercano un equilibrio aiutando gli altri. Rita è infermiera, mentre Giovanna, Dario, e Guiduccio sono medici. La situazione in cui si trovano non li appaga: rimangono le ferite del ricordo, il sentimento di impotenza davanti a un mondo in preda alle potenze plutocratiche e guerrafondaie. La resa dei conti con il proprio passato è impietosa e porta all’assunzione di una nuova responsabilità, pur nella labirintica frammentazione del presente in momenti di disillusione, e di angoscia heideggeriana ‘dell’essere nell’esserci’, cioè in quanto soggetto non separato dal mondo.
E di qui, dall’angoscia dell’isolamento, si profila anche la ricerca dell’amicizia, unica salvezza in un mondo ormai anestetizzato dal bombardamento mediatico, e anche la ricerca di una nuova identità tramite l’amicizia.
Il senso di estraneità di Dario mentre rientra a casa dopo il turno è sottolineato dal fatto che gli avviene di considerare i suoi libri nello scaffale come se appartenessero ad un estraneo. Il busto di Lenin in bronzo gli ricorda le lotte politiche degli anni Settanta e il desiderio di tornare alle convinzioni di quegli anni. La televisione accesa scorre su immagini senza tempo, sempre uguali.
E poi il dialogo tra Dario e Guiduccio sulla guerra etnica scatenata da Miloševi?, e la constatazione che “il mondo sta impazzendo” mentre “prima era tutto chiaro”.
Molto emozionante l’episodio del colloquio (in realtà un monologo del senatore) di Rita col misterioso senatore incontrato nella libreria Feltrinelli, il quale sembra provocare l’impegno politico di Rita citando il Leviatano di Hobbes, e il riferimento non è certo casuale. In questa opera lo Stato assoluto cerca di entrare nelle vite private dei cittadini. Ed è chiaro come il senatore si riferisca, e vi si riconosca pienamente, a uno Stato che soffoca le libertà del cittadino. Come il mostruoso essere biblico riproduce le teste che vengono tagliate, allo stesso modo si snoda nei labirinti delle coscienze asservendole, e ne giustifica la progressiva ‘fuga dalla libertà’ in cambio di una protezione illusoria.
L’ambiguità del senatore traspare però nella sua esaltazione (ironica) di uno Stato basato sul contratto sociale; sembra dissonante così il riferimento ad una “rivoluzione che non aspetta”, ed ancora, al “buon rivoluzionario […] sempre pronto a morire, come il buon cristiano”.
Di qui la tentazione di Rita di sparare al senatore, a colui che giustifica e glorifica lo Stato repressivo come fosse un dio.
Alla fine del brano Rita getta il caricatore nel Tevere: è un gesto simbolico di rinuncia alla lotta armata che sembra definitiva.
Nell’episodio successivo, un’altra protagonista, Maria, anche lei disillusa, riflette sulla crisi di coscienza che vive insieme a Dario: “Questo mondo non ci vuole. Siamo troppo ingombranti […] Forse è il benessere che avvelena i cuori, è il capitalismo che uccide lentamente le nostre menti (o dovrei dire le nostre anime?)”. E ancora l’amara riflessione sul mostro incombente, simboleggiato da una stanza lasciata vuota: “Mi sono sentita estranea a me stessa ed è diventato quello che non avrei mai pensato potesse accadere”. L’estraneità a sé stessa viene accentuata nel riferimento al Karl Michelstädter di Persuasione e retorica. Anche il filosofo, morto suicida a 23 anni, diventa un simbolo della sconfitta delle illusioni perdute, dei rapporti umani inautentici e naufragati, come nella storia vissuta dalla protagonista.
L’unico rapporto positivo è quello con Dario, tradito però dalla protagonista.
Così l’unica soluzione per Maria è quella di tornare alla cura per le piccole questioni quotidiane, con la scelta di vivere giorno per giorno, rinunciando ad una prospettiva rivoluzionaria. Traspaiono anche qui le ferite che portano le notizie da fuori, da quella guerra a Sarajevo che continua in tutta la sua crudeltà. Nelle immagini di repertorio in televisione, i corpi di due giovani abbracciati giacciono uccisi dai cecchini sul ponte Vrbanja. Avevano provato a fuggire insieme e la morte li aveva colti nel loro atto d’amore più alto. E ancora “Dopo otto giorni sono stati rimossi i corpi Admira e Boško. Lei una musulmana, lui serbo, uccisi perché fuggivano dall’inferno perché inseguivano i loro sogno”. Fino all’amara conclusione: “A volte ci ostiniamo a dare senso alle cose, a volerle ordinare secondo una qualche logica. Invece bisognerebbe lasciarle andare per conto loro, a comporre mosaici disordinati, oppure simmetrie da caleidoscopio di un certo valore estetico, ma senza senso lo stesso”.
Da queste parole scaturisce la sensazione che non vi sia nessun ordine morale nel mondo, in cui si percepisce l’angoscia per un Dio assente, e Dario, d’altro canto, compie un viaggio a Trieste, crocevia di diverse culture, che suscita in lui ricordi liceali, da Umberto Saba a Italo Svevo e a James Joyce, simboli di quella irripetibile fusione tra resistenza e compresenza di diverse culture, nella città europea per eccellenza.
Ed è qui che inaspettatamente incontra di nuovo Maria, la quale non sembra invecchiata, ma diversa. Dopo un breve dialogo viene rivelato lo scopo di Dario: unirsi a una spedizione umanitaria ufficiale per Lubiana. Ritornano i riferimenti del matrimonio fra Dario e Maria. Dario ha un passato di militante che ricorda con disillusione: “Dico che inseguivamo un’illusione. Dico che c’era qualcuno in buona fede e tanti in malafede. Dico che pensando di fare bene a volte abbiamo fatto del male”. Dario ricorda di avere ospitato un militante a casa sua. Il militante era poi stato arrestato dalla polizia e aveva trascorso sei anni in carcere per possesso di armi, ma non aveva voluto, ed è questa una lettura possibile, coinvolgere Dario, e non lo aveva neanche ricevuto in carcere, per non farlo indagare come fiancheggiatore o altro.
Alla fine dell’incontro tra i due, si fanno avanti, impegnati anche loro nella spedizione umanitaria, gli altri protagonisti del romanzo: Rita, Giovanna, e Guiduccio.
L’ amicizia diventa così una sorta di catarsi per i protagonisti, per superare l’angoscia esistenziale.
Ma questa amicizia porta a un nuovo impegno sociale, quello di aiutare le popolazioni inermi di fronte a personaggi guerrafondai, senza nessuna coscienza, che hanno portato agli “stupri etnici” e a far rivivere orrori che sembravano ormai sepolti, dopo il delirio nazista della seconda guerra mondiale.
Di qui le amare parole di Dario nel finale: “Non voglio né il perdono di Dio né la comprensione degli uomini. Voglio solo servire a qualcosa. Perché … la morte ti priva di tutto, di tutto. Se resta una traccia di te la devi andare a cercare sulla pelle di chi ti ha incontrato, sia che tu abbia aperto una ferita o che tu l’abbia ricucita. È lì, solo lì, che resta qualcosa”.
Ogni piccola ferita dunque ci parla di crisi esistenziali e della necessità di superare queste crisi (politiche, utopistiche) nell’amicizia, e nel curare le ferite di chi è sopravvissuto tra le macerie, di un aiuto orientato all’uomo minacciato e sopraffatto dalla guerra, creando così una nuova prospettiva umanistica dopo la delusione nata dalle lotte e dalle ideologie, in un tessuto che intreccia mirabilmente cinque vite diverse in una stessa dinamica esistenziale. Le ferite rimangono aperte, ma trovano un nuovo modo di essere ricucite in questo affetto che unisce i protagonisti.
Così la vita “trasformata” riesce a trionfare sulla morte e viene così di nuovo “glorificata”, come espresso stupendamente nel poema di Majakovskij In morte di Esenin.
Maurizio Ceccarani è nato a Roma. Insegnante di Lettere nelle scuole superiori, ha pubblicato diversi lavori tra i quali un saggio su Clara Sereni e un racconto nell’antologia Legami famigliari, con prefazione di Lidia Ravera. Ha collaborato a pubblicazioni di carattere didattico con il CEDE e con Zanichelli Editore. Il suo primo romanzo, dal titolo Il cielo e le parole, è apparso nel 2006 per i tipi di Valter Casini Editore. Scrive recensioni e articoli a contenuto letterario sul blog “Il gufo ignorante” (www.ilgufoignorante.blogspot.com).
Roberto Eleuteri ha tradotto e curato il libro Liber al vel legis (2000), del poeta e occultista britannico Aleister Crowley, Il torchio edizioni. È presente con suoi testi poetici nella antologia Il tridente e la fanciulla (2012), e con il racconto breve Le caverne fuori del tempo nella antologia Sorridi sei a Nettuno (2018), entrambe per FusibiliaLibri. Ha collaborato con Volume edizioni e insegnato materie letterarie negli istituti superiori. Per FusibiliaLibri sta preparando un’edizione delle sue prose alchemiche.






