“Morte vestita da fanciulla” di Enrico Pietrangeli – Lettura di Roberto Eleuteri
Enrico Pietrangeli
Morte vestita da fanciulla
Appunti in versi di resistenza alla fine
Fusibilialibri, 2025
(con cinque fotografie di Angela Antuono e una nota di Ugo Magnanti)
Morte vestita da fanciulla, questo diario di poesie e prose di Enrico Pietrangeli, si apre con una citazione della Bhagavadgita, un poema religioso di 700 versi, scritto in India tra il III e il I sec. a.C.: riferendosi al Brahman, principio e fondamento dell’universo, lo Spirito (Purusha) viene chiamato: “Esterno ed interno agli esseri, immobile e mobile”.
Il libro di Pietrangeli si apre con una dolorosa riflessione sulla morte di una bambina-madre: “Ed ora, ora che la bara parte, / ora che mai più ti rivedrò in vita, / la mia memoria percorre e solca / ogni terra che è più feconda, / quella della tua seconda infanzia / e l’impareggiabile privilegio / di averla con te onorata e vissuta”.
E, subito dopo, in Apocatastasi indotta, troviamo un inno alla vita, e soprattutto all’esistenza in forma androginica, che non pone distinzione tra i sessi, o non pone distinzione tout court, con un possibile riferimento al mito platonico enunciato nel Simposio da Aristofane: “L’ordine di Dio com’era / prima che l’angelo ribelle / condannasse me / dell’essere uomo / e te dell’essere donna… / Poiché noi eravamo / medesima sostanza / fluttuante nel cosmo … ”.
Segue un brano magistrale che ripropone il dubbio amletico di una morte che si trascina nell’incubo di sogni peggiori della vita stessa: “E… se morendo ci destassimo da un sogno, / tanto da rassicurare di esser di nuovo svegli / oppure, dal sonno tuttavia presi / provassimo della frivola nostalgia / per quel nostro sogno del vivere…”. E poi la macabra riflessione sulla modalità in cui la morte ci potrebbe cogliere: “Non si può mica morire così, nel bel mezzo di una festa. / Meglio nel dì di festa, pigramente, col sole già alto, / il buio può anche attendere…”. Il pessimismo cosmico leopardiano e montaliano tocca qui i vertici, in una sorta di titanismo che trascende la paura dell’annullamento: “meglio guardarla in faccia questa morte / e l’instancabile traghettatore che, di soppiatto, / puntualmente arriva, così come la notte sul giorno, / rapendoci anche nel sonno, / in quel ciclico susseguirsi di un sogno / che si rincorre nell’illusione del vivere”.
La citazione dantesca di Caronte, il traghettatore infernale, spesso ripresa nella letteratura europea post-decadente, ci sorprende con la sua nuda manifestazione, e apre la porta a un dubbio angoscioso: forse la morte non ci porterà in nessun paradiso e verso nessun Dio, ma sarà solo l’anticamera per l’inferno.
La forma scelta dall’autore ricorda vagamente i pavesiani Dialoghi con Leucò: e il confronto tra l’Amore e la Morte che Pietrangeli mette in scena, appare in particolare nel quinto dialogo dell’opera pavesiana citata. L’unica fuga possibile consiste nell’ebbrezza dionisiaca del vino, e come nell’antica Grecia, l’unico rifugio dalla paura della morte diventa l’ebrezza.
Ma la stessa ebbrezza diventa una fuga illusoria, temporanea, verso altri mondi, o verso un altro atteggiamento di fronte al dolore.
Infine a subentrare è “l’emicrania fatale”, che lascia “sul letto, maldestri e mezzi morti”. E così il poeta “s’agita ancora, nel sudario avvolto”.
Ma ai versi di Pietrangeli non è estranea una visione più positiva, probabilmente desunta dalle descrizioni di alcune esperienze post-morte, per cui la fine stessa della vita può essere un ponte verso la luce, divenendo “un’ulteriore narrazione / sintesi di vibrazione / che da un nero buco / riconduce alla luce”.
Nel brano Volgendo nel tempo ritroviamo un capovolgimento di prospettiva, forse una reminiscenza della filosofia di Heidegger, comune a tanti esistenzialisti, e cioè il desiderio di non essere ‘gettato’ nel mondo, in balìa degli avvenimenti, tornando così alla fascinazione del ‘non essere mai nati’: “Eterno è l’istante, / malevolo il tempo”. Qui il poeta preferirebbe abortire il seme dal ventre materno e tornare verso il nulla.
Vi si potrebbe scorgere un riferimento alla filosofia zen, che però si trasforma in una sorta di danza macabra, alla Baudelaire, si veda la citazione dell’opium den, la fumeria d’oppio in voga tra i poeti maledetti di fine Ottocento: “Ho aperto il sepolcro, / scardinato la tomba, / disperso le ceneri / tra un fiume in piena, / che agli oceani torna”.
Nella successiva sezione, intitolata Con la morte in vita, il poeta si augura che, dopo la morte, resti un sigillo, una prova della continuazione della vita. Ma anche qui è evidente una conclusione disperata: “Che mandibola resti / di liquami assetata / nel consunto, usuale gesto, / sul ghigno di morte / di polvere immerso / per un eroso emerso”.
Nonostante ciò l’amore verso la vita si amplia fino a creare una connessione con la morte, un “matrimonio pulito”: “Ed ho persino amato / quant’è mummificato / sposandomi infine / con la morte in vita”. E, di nuovo, l’altalenante pessimismo, per essere perduti nel divenire, in “un’esistenza senza più un fine, / la fine di una morte incarnata in vita, / testimoni senza più storia, / caotico circuito corto e concentrico, / preistoria e post storia, / l’alba in cui tutto sorgerà spento”.
Con estrema coerenza gnoseologica, il poeta non ci sorprende con il riferimento all’alba del tempo rappresentata genialmente dal regista Stanley Kubrik nel film 2001 Odissea nello spazio: “E usciremo a riveder le stelle / tra obelischi che puntano al cielo, / consacrando divinità / nel mito di Kubrik”.
L’alba del tempo, il monolite, diventano il simbolo del sorgere della vita, e della successiva matrice di morte, rappresentata nell’osso omicida che diviene simbolo della guerra, della lotta per la sopravvivenza, della techne e della manipolazione della natura che porteranno l’umanità a delegare la propria sopravvivenza ad una creazione artificiale, il computer di bordo “Al”, simbolo di una rinuncia dell’umanità a essere se stessa, a meno che non vi sia una ribellione contro lo stesso sistema cui si è delegato il controllo: “del digitale resterà un osso / nell’archeologia del cielo […] / il parto di una macchina /elaborato in un sistema binario”.
Questa parte sembra ricordare l’opera finale di un grande artista britannico scomparso nel 2016, David Bowie, che si è frequentemente ispirato all’opera di Kubrik in oggetto: Blackstar. La Stella Nera è il simbolo del grande mistero che ci attanaglia, quello della vita e della morte, oltreché di una religione a cui l’uomo si rivolge per avere delle risposte in merito, ma che potrebbe rivelarsi anche un grande inganno. Nel video della canzone che porta il titolo dell’album vediamo una donna che solleva la visiera di un astronauta, Major Tom, ma vi trova solo un teschio.
Come non riconoscere una traccia di ciò nelle parole di Pietrangeli? Quando cita la possibile eredità della morte: “del digitale resterà un osso / nell’archeologia del cielo”. E ancora: “Siamo futuro che non attende, / assenza di un presente, / quel che giace, duplicato, / dell’archetipo di un cancro, / cloni di materia per antimateria, / segni ancestrali, spirali, / varianti vibrazioni virali: / essenza senza più involucri / nel vortice della centrifuga, / il vero e la sua simulazione, / quel che sedimenta del sonno / circostanziando un risveglio”.
Versi che richiamano alla mente Bowie: “Ogni uomo ha una Stella Nera / una Stella Nera sopra le sue spalle / e quando un uomo vede la sua Stella Nera / sa che il suo tempo, il suo tempo è giunto”.
E ancora la citazione della speranza: “Stella Nera, non brillare su di me, / Stella Nera resta dietro di me, Stella Nera / Devo vivere ancora per un sacco di tempo / dammi il tempo affinché alcuni dei miei sogni si realizzino, Stella Nera”.
Nella sezione successiva intitolata Repentino gelo troviamo una visione più tragica della vita, e cioè il momento della disperazione: “Le prime lacrime / furono due rivoli / opachi ricolmi, / silente esondazione / del lambire l’anima”.
Le altre lacrime divengono strazianti: “scoperchiando l’anima / come se fosse innanzi / una violata tomba”.
Il riferimento letterario più plausibile è quello che ci fa accostare questo testo ai Fiori del male del poeta francese Charles Baudelaire, in cui il male di vivere porta all’autodistruzione e alla morte come unica salvezza per fuggire da un mondo di sofferenza e di disillusione.
Il successivo dialogo tra la morte e la vita, scritto in prosa, in forma di dialogo, propone i due punti di vista differenti: la morte si rivolge alla vita dicendo: “Il fatto che tu sia viva poco importa, il tempo comunque ti consuma, lentamente tutto segna, come la giovinezza qui sepolta e tra le polveri avvolta in un eterno sonno per l’altrove rivolto”.
A queste macabre considerazioni la vita risponde ribellandosi per le ingiustizie che la morte ci costringe a sopportare: “Dimmi, in questo mare d’ingiustizie, d’odio e di vessazioni che dell’esistenza costerna, condizione peraltro già condannata all’origine di decadenza, nel delirio di un’onnipotente giovinezza e nell’ancor più folle e tardivo senso di discendenza, dimmi… C’è quel che io nei segni già avverto…”. Viene qui evocato il senso di impotenza di fronte alle vessazioni a cui le guerre ci costringono, alla morte di innocenti senza alcuna spiegazione plausibile.
“Quel rendiconto che comunque torna e alla cupidigia, all’assenza d’amore e di perdono nello schiacciare il prossimo tuo senza pietà alcuna rende, per quel che c’è e non si vede, un senso ultimo di ciò che io e te insieme siamo?”.
L’unico rifugio da questa situazione catastrofica diviene, così, la meditazione e una concezione filosofica di tipo orientale. Infatti il condizionamento della nascita e della morte ha portato l’individuo a vivere sotto l’incubo della precarietà, dell’incertezza e dell’effimero. L’uomo perde così la visione d’insieme dell’universo che tutto congiunge nella figura della Grande Madre.
“Mi manca quella meravigliosa follia di soltanto viverlo tutto (l’orizzonte), render la stessa notte la Grande Madre che tutto custodisce in un grembo, che contiene l’universo intero”.
Il riferimento all’induismo è contenuto anche nell’Antifona, che richiama i concetti delle Upanishad, testi religiosi indiani scritti dagli asceti, e che sono successivi ai Veda: “Om che vibra prima di manifestarsi origine di tutte le cose”. L’Om è il suono primordiale che ha dato origine a tutte le cose: nella meditazione viene completato dalla A.
L’A rappresenta la creazione del mondo ad opera del Dio Brahama, la U la conservazione dell’universo riferita al Dio Vishnu, mentre la M prefigura la distruzione del mondo causata da Shiva. Quindi il mantra inziale Om, si trasforma in Aum, la vibrazione sacra oggetto della meditazione. Tutto ciò è meravigliosamente espresso dall’autore stesso nell’Antifona, che ricorda la prosa conclusiva delle Illuminazioni di Rimbaud, intitolata Genio. Nel testo di Pietrangeli questa percezione viene espressa in modo molto simile a quella dei commentatori delle Upanishad: “Suono che dilata la percezione e non ha né ragione né intermediazione, bensì trasporto che non è soltanto memoria che riecheggia dal passato, è passato, presente e futuro, un indeterminato sentire che proietta l’anima in un altrove, viaggia all’infuori del tempo rendendo il sé vibrante e parte di un fenomeno che trascende, esonda e travalica, esonda e travalica gli argini del nascere e il morire, non rivela ma fomenta l’intuizione, il guizzo, la scintilla”.
Le Upanishad sono un insieme di testi composti in sanscrito a partire dal VII sec. a.C. fino al VI sec. a.C.
Il termine significa ‘sedersi accanto’, riferito in questo caso al Guru, o maestro spirituale, che doveva spiegare al discepolo il rapporto tra l’Essere Supremo, Brahman, e il mondo, soggetto al continuo divenire, chiamato Samsara.
Il mantra-yoga incoraggia a ripetere mentalmente questo suono come sentiero per raggiungere l’illuminazione o samadhi. Questa tecnica cerca di operare mutamenti nella materia e nella conoscenza per il tramite del ‘suono’, il termine suono essendo qui usato non nel suo moderno senso scientifico. Secondo la dottrina su cui si fonda il mantra-yoga, la manifestazione primaria della Realtà ultima ha luogo tramite una vibrazione peculiare e sottile chiamata sabda, che significa suono, ovvero parola. Il mondo non soltanto viene creato, ma anche conservato mediante tale sabda, che si differenzia in innumerevoli forme di vibrazione, le quali sottendono il mondo fenomenico. Secondo questa dottrina tutti i fenomeni della natura possono fondarsi in ultima analisi sulla vibrazione.
Ed è esattamente questo che il poeta scrive in Antifona: “Al suono, sensazione di estensione in un altrove che prescinde ogni cognizione e avvolge, attraverso la danza, divenendo strumento nel corpo, catarsi e cultura di ogni popolo […]”.
Ed è proprio in questa parte del libro che rinveniamo una prospettiva soteriologica e fiduciosa, un modo per superare la macabra riflessione su una morte onnipresente e inevitabile.
Il saggio che ha conosciuto il Brahman è immune da nascita e morte, in quanto ha identificato la sua essenza con il fondamento dell’universo, in una trascendenza che diviene scintilla di illuminazione e reintegro nello stato primordiale, citato precedentemente nel Mito dell’Androgino: “Eppure mai come ora / siamo stati vicini a Dio; / annientati da corrotto mondo, / torneremo angeli in terra”.
Scheda libro:
Titolo: Morte vestita da fanciulla
Autore: Enrico Pietrangeli
Editore: FusibiliaLibri
Collana: nastri
Anno 2025
pp. 72
formato 15×15
13,00 euro
ISBN 979-12-82091-01-5
Con cinque fotografie di Angela Antuono e una nota di Ugo Magnanti
___________________________
Enrico Pietrangeli, poeta, scrittore, musicologo, ciclopoeta, speaker radiofonico, curatore di eventi, e giornalista pubblicista fino al 2021, ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni libri di poesia, “Di amore di morte” (Teseo, 2000), “Ad Istanbul tra pubbliche intimità” (Il Foglio, 2007), “Mezzogiorno dell’animo” (Cleup, 2011).
Roberto Eleuteri ha tradotto e curato il libro Liber al vel legis (2000), del poeta e occultista britannico Aleister Crowley, Il torchio edizioni. È presente con suoi testi poetici nella antologia Il tridente e la fanciulla (2012), e con il racconto breve Le caverne fuori del tempo nella antologia Sorridi sei a Nettuno (2018), entrambe per FusibiliaLibri. Ha collaborato con Volume edizioni e insegnato materie letterarie negli istituti superiori. Per FusibiliaLibri sta preparando un’edizione delle sue prose alchemiche.






