“Morte vestita da fanciulla” di Enrico Pietrangeli – Lettura di Marina Petrillo
Morte vestita da fanciulla
Appunti in versi di resistenza alla fine
Fusibilialibri, 2025
(con cinque fotografie di Angela Antuono e una nota di Ugo Magnanti)
Affresco di rara bellezza e grazia, Morte vestita da fanciulla, riverbero esistenziale ritmato da eterno ciclo vita-morte; trasfigurazione poetica madida dell’essenza – misteriosa – di ciò che la memoria, Mater dai mille volti, serba in seno. Caducità e distacco dalle azioni, condizione assoluta irreplicabile se l’affidarsi ad allusivo Pantheon, ne suggestiona le movenze in lemma. Il perpetrarsi della forza femminile vagheggia filosofie orientali a trama induista, sì che l’aspetto generativo consacra l’incipit in auto poiesi e la creazione del mondo tra-passa il limen ultramondano. La trascendenza – resa effigie – attraversa la foto seppia di bimba immortalata nel pizzo antico, agghindata, come dea fanciulla, labile Kumari sacra del Nepal rivivente in copertina. Una Japamala sospesa a ghirlanda ne evoca la sorte a indizio: i semi di rudraksha, nel vincolo rosso del fiore di loto, bisbigliano mantra visuali. La prima infanzia elide la seconda, la madre diviene figlia: si rivelano e svelano passaggi nascenti e morenti. Ella è Creatura, per cui il cibo umano terrestre decanta in prana e ne suggella il dominio. Già devota all’aldilà, nella simbiosi con le forze ctonie e al contempo del cielo, “tu eri la morte vestita da fanciulla” “per il cielo candidata”. Nell’utero germinale, l’Apocatastasi indotta induce al cullìo della sostanza vitale in germe, alla gestazione liminale auto creante: sosta nell’azzurro cobalto della pre-creazione, essenza del sogno: “E più sogniamo ad occhi aperti e più viviamo, / sottraendo tempo a quell’abbaglio del vivere / poiché solo sognando, altri mondi plasmiamo”. I piani di coscienza interludono con la veglia, asciutta e silente, creando duale soglia che separa la percezione, in realtà mutuandola in forma co-esistente proporzionale al grado di consapevolezza. Pensiero che decanta frammenti dell’Avventura della coscienza di Sri Aurobindo e Mère sul sonno e la morte, filtrando il mondo di Maya, ovvero vegliando su esso poiché: “Tutto ciò che diventiamo, facciamo e sopportiamo nella nostra vita fisica viene preparato dietro il velo, dentro di noi” (Sri Aurobindo, L’avventura della coscienza, Edizioni Mediterranee).
Si ri-conosce nel fluire dei versi di Pietrangeli, una tensione attiva, feconda grazia innata, sostanza dello spirito polisemico inclusivo alla vita.
L’aspetto connesso alle polarità, proprio del mondo biologico, – affermerebbe Matte Blanco – trasmuta in spazio inconscio di non presenza: “Ecco, fluttuo, m’abbaglio e barcollo, mi assopisco / e nel ventre della notte vengo rapito. / Viaggio tra mondi intermedi”; l’inconscio come insiemi infiniti in cui la logica simmetrica ne è modalità, che non definisce e distingue, partenogenesi di un linguaggio lieve, raffinata variazione di figure retoriche, tra cui la ricorrente anastrofe.
La Shakti aleggia in spirale creativa, tale da immergere il poeta nello stato vegetante, amplesso con il cosmo a sua dis-misura: “E se la morte fosse quell’infinito utero / […] se la Madre, / di quella stessa matrice, / sonno lontano / nella danza ridesto, / generasse un sogno […] che da un buco nero / riconduce alla luce”. Uscire dallo stato che assume la morte a suo ingaggio. Molecole vaganti tra esperienze indotte al trasferirsi di parcelle di infinito alla Matrice Prima, balzo silenzioso verso un divino invalso a umano.
Il suo destarsi in mondo che non ha colto la cellula trasformante auspicata da Sri Aurobindo, per questo feroce di sguardi negletti, informe vociare verso lidi marcescenti (“Se di clessidra / fossi padrone / abortirei il seme / dal materno grembo, / di progenie la speme / renderei sterile / al nulla il niente rendendo”. – Volgendo nel Tempo –).
Enrico Pietrangeli pone a cammeo la fine, suo inizio; memoria grammaticale, rituale, in cui la luce, Paratman, scende a irrorare le coscienze disadorne di profondità. Il clamore degli esseri richiamati, epifania del loro accomiatarsi alla vita, crea sinfonia trinitaria – Padre Madre Figlio –, cum-passione ispirata attraverso la Puja miracolosa del presente. Alcuni snodi, anche lessicali, inducono a stato meditativo quale ripetizione, Mantra del nome divino, iniziatico alla sostanza eterica della poesia. Il cibo celeste, svezzamento misterioso nel dissolversi delle cellule, manifesto martirio o via che porta alla liberazione, moksha (mukti) dal ciclo dell’eterno ritorno, Samsara. L’afflato di Pietrangeli con la tradizione induista, indizio percepibile già evidenziato nell’incipit e percepibile in copertina, inanella il ritmo della poiesis in vortice abissale. L’atto sacro perviene al suo pieno compimento attraverso sezioni in cui l’utero della Grande Madre è atavico grembo in attesa di procreare ciò che indiviso, non può essere pronunziato. “L’ordine di Dio com’era / prima che l’angelo ribelle / condannasse me / dell’essere uomo / e te dell’essere donna […] / Poiché noi eravamo / medesima sostanza / fluttuante nel cosmo […]”.
L’Eden violato dalla cacciata primigenia, androginia anteriore all’umana sorte, Tempo declinato a perenne gesto: “Bisogna entrare nell’ultimo finito per trovare l’ultimo infinito” (Letters I – Sri Aurobindo).
Dal seminterrato della cappella dell’anima, il poeta registra il tempo della finitezza mortale: un inventario del memento mori iconico di infinite rappresentazioni, reliquiario inconscio dove la Ruota karmica depone trascorsi resti. Cripta virtuale, opalescente luogo ad inferos, in cui liquami de-cantano, sino a completo ciclo trasformativo. Tra anfratti e sotterranee memorie, incalza la noche oscura dell’essere di San Giovanni della Croce, il cui canto somministra il viatico: “di polvere immerso / per un eroso emerso”, progenie di suoni scabri, faticosa babilonia di “r”, capogiro di “s”, inciampo sillabico redivivo in “matrimonio pulito” (“ogni sincera promessa / premessa”).
Il Carro, come Arcano Maggiore della sorte, vira su Futuro che non attende: “per una morte in vita / svaniremo, l’uno dopo l’altro, / di egotico, etico egoismo”. Le orme dei progenitori tornano a varcare il Nastro di Mobius nell’alba di mondi che svettano, come primordio, filmica carpita a Kubrick in vettore inverso; paradosso matematico in entaglement quantistico, duplicabile in accelerazione centripeta della vanità diffusa a statuto umano. Ci si desta da tal sogno o l’incoscienza negletta spira la sua noia?
Su tal trittico poetico, con “La morte e la vita”, cala Repentino gelo. Una matematica dell’azione distoglie dall’osservazione empatica. Conviviamo con il “prodotto” che siamo. “Non siamo somma algebrica, / bensì il prodotto, non un prodotto / […] all’incognita potenza elevato”, a richiamo del tutto che è più delle singole parti o, forse, diminutio in minimo comune multiplo.
Segmento in prosa, il dialogo tra “la morte e la vita” vivifica e porta in auge trascorse tradizioni letterarie, dalla lauda medievale alla tradizione dei Contrasti o Debat; allegorie come la Danse Macabre o echi leopardiani e danteschi, le visiones di Pietrangeli alimentano quell’itinerarium animae sponsale di temi precipui dell’epoca tardo antica, sino al suo culmine medievale.
Il ritmo della parola ramifica, sostanzia un linguaggio coevo al duello Mors et vita duello conflixere mirando, da Victimae paschalis laudes, antica sequenza liturgica, sino a stemperare in quella unità fondante propria di tradizioni orientali confluenti nel Tao e nel mito di Shiva: “Io e te, nella stessa natura diversi e complementari, siamo il giorno e la notte […] quando facciamo l’amore, ogni orgasmo è scintilla d’eternità che s’incarna lambendo un altrove che ci sposa”.
È interessante notare come le prose poetiche seguenti, inizino con la A, come Aleph primigenia di borgesiana memoria: anatema, antifona, apologo, analemma: quaternarietà, quatre de chiffe, richiamo alla croce, avvicendarsi dinamico di contenuti semantici associati al numero quattro in ideale quadrato. Pitagoricamente il 4 è associato al 10 (Tetraktys, sacra decade che rappresentava la successione aritmetica dei primi quattro numeri positivi). Ovviamente trattasi di amplificazione, ma lo sconfinamento nella Geometria Sacra e nelle immagini profonde celate, rappresenta per tale testo una via interpretativa, risultante suscettibile di approfondimento. L’analemma, delinea ad esempio l’inclinazione a forma di lemniscata (8, simbolo di infinito) dell’asse terrestre, per tornare al concetto uroborico o del già citato Nastro di Mobius; nello scritto il poeta reitera le sue mancanze, melanconia sospesa, orizzonti sottratti alla vista: mare, luna, tramonto, Venere – spazialità terrestre e cosmica – indagata attraverso il canone dell’assenza che, assoluto, alfine si protrae: “Mi manca, ma conosco il celato segreto di abbandonarsi al buio per accecarsi di luce”. Il sublime fa il suo ingresso, come in novella elegia duinese, poiché torna idealmente l’Angelo del Tempo non a ristabilire ordine, bensì ad arginare il dis-ordine. Dal Caos generato, limite all’ordine cosmogonico, smarginatura accecante, l’equilibrio potrebbe giungere dalla simbiosi degli opposti, nell’istante eterno creativo.
Un pulviscolo ‘decomposto’ torna invece a dis-fare l’anticato involucro della plaquette; il tedio di Dio in ciò che non cambia, veste di oblio ogni umano gesto; un vento radioattivo infuocato esalta forme vuote, calchi remoti al cielo stellato della Creazione. “Eppure mai come ora / siamo stati tanto vicini a Dio; / annientati da corrotto mondo, / torneremo Angeli in terra”.
Ultimo lascito consentito, è lo sciamare di mosche settembrine. Alle loro ali avventurose e putride –indizio demoniaco – la cagione pestilenziale di tempi che periscono in molle istanza, tralasciando a vago esito la possibilità di reazione. La morte staziona nel gesto, possibile, di eliminarle radicalmente o, forse, divenirne effigie involontaria attraverso atto che uccide, prima che si instauri nuovo ciclo.
In questo Pantheon ho percepito potenti le suggestioni dei Sadhu, uomini santi che spesso vivono in luoghi abissali, i cimiteri, tradizione in cui la morte ha quasi predominio sulla vita, delle divinità che fanno parte della cultura induista (teschi della Dea Kali, mala, idea orrorifica e potente, accogliente e creatrice della Dea Madre), ma fa parte della vita stessa; immagine uroborica dell’ingresso e dell’uscita in un fluire eterno, karmico.
Scheda libro:
Titolo: Morte vestita da fanciulla
Autore: Enrico Pietrangeli
Editore: FusibiliaLibri
Collana: nastri
Anno 2025
pp. 72
formato 15×15
13,00 euro
ISBN 979-12-82091-01-5
Con cinque fotografie di Angela Antuono e una nota di Ugo Magnanti
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Enrico Pietrangeli, poeta, scrittore, musicologo, ciclopoeta, speaker radiofonico, curatore di eventi, e giornalista pubblicista fino al 2021, ha pubblicato, tra le altre cose, alcuni libri di poesia, “Di amore di morte” (Teseo, 2000), “Ad Istanbul tra pubbliche intimità” (Il Foglio, 2007), “Mezzogiorno dell’animo” (Cleup, 2011).
Marina Petrillo frequenta fin da giovanissima ambienti letterari e circoli poetici, entrando in contatto con poeti quali Paolo Ruffilli, Aldo Piccoli e Franco Zagato. Nel 1986 pubblica la sua opera prima, Il Normale astratto (Edizioni del Leone), con prefazione di Aldo Piccoli. Segue un lungo periodo di sperimentazione artistica e di scrittura volte all’interconnessione tra vari campi di ricerca. Interessata all’aspetto trascendente della realtà, si dedica allo studio di discipline quali la Cabala, e all’ermeneutica di testi sacri e filosofici di varie culture. Dalla collaborazione con l’artista reggiano Marino Iotti, nasce nel 2016 Tabula Animica, percorso artistico poetico premiato nell’ambito dell’Art Festival di Spoleto nel 2017. Nel 2019 pubblica per Progetto Cultura, Materia redenta, opera segnalata nel 2020 nell’ambito del Premio Internazionale Mario Luzi. Sue poesie compaiono su riviste letterarie e antologie. Ha collaborato alla rivista on-line “l’Ombra delle parole “di Giorgio Linguaglossa e suoi articoli sono apparsi sul Mangiaparole. A settembre 2023 è stata pubblicata l’opera poetica Indice di immortalità, con saggio introduttivo e post-fazione di Francesco Solitario, dalla Casa editrice Prometheus.






