“L’edificio Fermo” poesie di Ugo Magnanti – Lettura di Maurizio Urbani
Autore: Ugo Magnanti
Editore: FusibiliaLibri
Collana: Nastri (Collezione di poesia)
Anno 2015
pp.72
formato 15×15
13,00 euro
ISBN 9788898649181
Prefazione di Antonio Veneziani, postfazione di Cristina Annino
Immagine di copertina: Angelina Chavez
L’edificio fermo … in principio “è solo un palazzo tra tanti/ un prodigio sollevato dal/ deserto … E’ affiorato col vento/ come un nervo smisurato/ sotto nuvole che non hanno forma. [Entrata]
Il protagonista si muove esitante in una “foresta di simboli” accompagnato da “sguardi per niente familiari”. Ai suoi occhi, una distesa di macerie, una terra desolata senza soluzione di continuità, è il regno dell’entropia.
Fin dall’esordio trova conferma quanto enfatizzato nel sintagma del titolo, dove l’espressione “fermo” alluderebbe tanto a un’urgenza morale – l’analisi dell’azione, cioè del nostro agire – quanto a una sorta di “quarantena” psicologica o di purificazione, ipotesi che, tra l’altro, trova riscontro nella precisazione dell’Io poetico, “l’avido bisogno di essere covato”.
In realtà, da subito è chiaro che ad andare in pezzi è il progetto personale, il sogno dell’Io, il “mito che mi viene dietro” – si dice. Ragione più che sufficiente per comprendere come la poesia di Ugo Magnanti – che qui, per forza di cose sovrapponiamo all’Io poetico – è poesia che scaturisce dal profondo, dal dolore lacerante di una perdita e che, per reazione inconscia – come emerge dallo sviluppo del racconto poetico – continua a lungo a rimanere sospesa tra il polo della nostalgia e quello della speranza, tra memoria e desiderio.
Ritornando al titolo, “l’esser fermo”, la presunta saldezza dell’edificio, il sostanziale bilanciamento tra l’apertura orizzontale della facciata e lo sviluppo verticale della “struttura”, rimandano immediatamente al modello formale di base dell’opera, alla sua veste esteriore, all’impaginazione del testo, così come all’architettura che sorregge il plot, uno spartito di 40 Stanze più un’Entrata e l’Uscita.
Se all’esterno del palazzo tutto sembra avvolto in una specie di alone inerziale, di quiete “amorfa”, all’interno si percepisce il brulichio insonne della vita fisica, più volte denominato dal poeta “fermento” (tra l’altro singolare questa falsa figura etimologica adombrata nell’accostamento dei lemmi fermo e fermento che, pure, condividono lo stesso morfema ferm-).
Le 40 Stanze sono una sorta di percorso di rispecchiamento e un tentativo di terapia: venire a capo di quel complesso garbuglio esistenziale che agita ancora nel profondo l’Io ferito. Il protagonista passa da una stanza all’altra, deluso nelle aspettative e tuttavia impenitente, continuando a tenersi disperatamente aggrappato a un sogno (“sono sempre/ il grumo sconosciuto/ che s’appiglia a un sogno”, I, 8-10). Diviso tra la nostalgia delle cose perdute, di una vita scivolata via malamente – visto che “non avrò tempo per essere un altro” – e l’elaborazione dei lutti che via via aumentano. In corpo il malessere per una vita inattuale e l’indignazione, la rabbia, la bestemmia e finanche il furore distruttivo. La ricerca, per niente convinta, di un equilibrio interiore e l’attesa di un miracolo. Tra paganesimo e ascesi, trivialità’ e spiritualita’, cinismo e ingenuità, inerzia e fermento. Tra formule scaramantiche, “brividi radiosi” – miraggi, prodigi, incubi, risvegli, agnizioni – con intatta la brama – che è presunzione – di sapere il vero e capire poi che serve a poco o a niente.
Ogni espressione artistica, e quella poetica è tale, è esperienza della forma. Ora, il poeta, sebbene sempre più estraneo alla forma del mondo – incapace cioè di compiacere a quelli che giudica osceni riti quotidiani – piange soprattutto la fine dell’estate e, allo stesso tempo, prende atto dello scemare inesorabile della linea della
vita. L’esperienza estetica (che come in questo caso inevitabilmente aderisce a quella pragmatica) – modalità attraverso cui il poeta progetta di intervenire sulla forma del mondo – entra inevitabilmente in rotta di collisione con l’essenza del “tragico”.
In altre parole: si può protestare, indignarsi, rimanere scossi nel profondo – in modo più o meno crescente a seconda della nostra sensibilità – se il mondo diventa sempre più brutto, ingiusto o violento; tuttavia questo, di solito – anche superando una certa soglia di sopportabilità – non ci fa sentire in pericolo imminente; mentre la vera frattura col mondo si determina quando il pericolo si fa più tangibile e la prospettiva di dover abbandonare “questa bella di erbe famiglia e d’animali” più incombente (ovviamente insieme al fatto che non ci sarà più tempo per altri sogni o per altri progetti…).
In Ugo Magnanti, il conflitto artista vs. società e più ancora quello artista vs. mondo ricalcano sostanzialmente alcune posizioni già viste nella moderna poesia italiana (Montale, Pavese), tuttavia sembra chiaro vengono meno alcune tipologie della nostra più illustre tradizione, come quella di una poesia civile o etica in senso più ampio (Foscolo, Leopardi), quanto anche di un tipo di poesia cosiddetta salvifica o consolatoria. Alla fine del tempo, alla fine dell’esserci, l’uomo rimane solo con il suo destino. La poesia è, pertanto, sì amicizia, sì amore e unione con l’altro ma, dopo l’amore – come recita l’adagio – l’animale è triste.
La poesia di Ugo Magnanti nasce dalla percezione di una perdita, sotto il segno del dolore più inconsolabile. Per altro, sulla ferita aperta il poeta non esita a cospargere sale. Da una parte, rovesciando con furia quasi iconoclastica tutta la sua rabbia sui riti artificiali e fasulli della nostra quotidianità. Dall’altra, recriminando per sé la mancanza di adesione alla vita e la perdita di “purezza”. E ancora, da una parte sollecitando impudentemente Dio a dare un segno della sua presenza; dall’altra, come in attesa fideistica di un miracolo.
Pur tuttavia, tra gli intervalli o le pieghe di comportamenti che in certi casi sembrano sfacciatamente bipolari, affiorano importanti e opportune vie di mezzo, “modi” umili che riaprono il dialogo interrotto (anche) con la Natura, che mirano a quell’accordo nascosto che, forse, regola il Tutto; comportamenti che lodano un Governo Superiore e che aspirano a riconoscersi nel suo dominio,
Può darsi che una supplica/ ci pieghi la mano, e che/ una festa umile infine/ abbia la meglio, come per/ le nuvole e le foglie, che/ umili così lo sono sempre,/ e si spogliano al sole, e /sono fedeli al suo fulgore. [VI, 18-25]
Non dimentichiamo che fino a prova contraria l’uomo è animale razionale, quindi materia e spirito. Tuttavia, in questo itinerario della mente, ma anche e forse più del corpo il poeta spera, fino quasi in fondo, di trovare un accesso al soprannaturale, approfittando forse di una improvvisa distrazione del circuito di controllo del sistema-realtà. Un’intercapedine spazio-tempo, un bug, ancora meglio, e sempre di moda, un miracolo. Tutto ciò inseguendo ombre, la sua e quelle degli altri, spoglie e relitti a dimostrazione forse che la nostra conoscenza rimane perennemente offuscata. A noi non è dato conoscere, ma solo comprendere o, al massimo, ricordare.
In questo clima di rinnovata sospensione, alla ricerca di equilibri sempre più difficili, tra simulazioni che fanno il verso a una poetica simil-divinatoria, la lingua dei gabbiani (“Ma tu credi che sia/ soltanto un guscio/ a spiegare la paura o/ il desiderio e c’è il caso/ che tu non abbia torto.” [XXIX, 17-21]) e manierismi di grande impatto icastico
(“Un estraneo che mi/ viene incontro …” [XXXV, 1-2]), troviamo una perla di abbagliante, incantevole fascino, quello che promana dalla luce dei suoi occhi (“Pupille, chiudetevi al/ sole per farci più leggeri,/ se si forma un sogno/ è nelle nostre mani” [XXXII, 22-25).
Una sospensione però su cui si abbatte con la violenza di un fulmine a ciel sereno un verdetto definitivo: è una confessione, amarissima senza dubbio, o un testamento? Che cosa dice? “Non sarà certo la poesia a salvare il mondo”, questo più o meno il senso.
Non avrò poesie da/ stringere, quando si/ alzerà il freddo sopra/ mani e spalle, e braccia/e volti, e sarà un freddo/ vero, non solo una parola (XXX, 20-25)
Eppure non sembra avvertirsi la lugubre atmosfera di un cupio dissolvi. Il percorso intrapreso dall’Io rimane contestuale a un terreno di ricerca in cui i non-sensi della caducità del vivere, così come l’orrore della tenebra non inducono egoisticamente a doversi augurare che il tutto precipiti insieme a noi nell’abisso. Prendiamo lucidamente atto che il mondo continuerà anche senza di noi, e che nessuno è indispensabile.
Certamente il giovane poeta, novello Orfeo, ha cullato a lungo il sogno di poter parlare alle cose, per poi dover capire, colpevolmente in ritardo, che questo è solamente il regno del dicibile, “qui del dicibile è il tempo, qui il suo regno” (Rilke, Elegie Duinesi, IX, 42) e, le tanto vituperate cose che – sia ben chiaro – non sono solo meri oggetti, non di nomenclature vuote hanno bisogno, ma di quanto noi siamo capaci di lasciare a loro in dote – di carica emotiva, affettiva, libidica – anche attraverso le parole. Loro, le cose, pur così effimere hanno bisogno di noi, “di tutti i più effimeri” (cit., 13).
Forse, alcune di queste considerazioni Ugo Magnanti non le condivide o non gli interessano abbastanza. Il viaggio – questo viaggio – è finito, stiamo raggiungendo il corridoio che immette all’uscita. Detto fra noi, per Ugo è sbocciata una grande simpatia, una simpatia che … ci fa sorridere: sia che parli al suo “fratello cane, cui manca sempre la parola”, sia che ammetta di essere arrivato al punto di imitare, “tutto nervi e scatti”, le movenze di un geco appiccicato al muro.
Ancor di più, ci piace la fine, che fine non è perché – come lui ci assicura – spudorato, “il desiderio non è fatto per finire”.
Maurizio Urbani è nato a Roma nel 1 956, ed ha insegnato materie letterarie presso l’Istituto “Emanuela Loi” di Nettuno. Fra le altro, un suo saggio Pasolini: rilettura di Salò è stato pubblicato sull’“Abaco”, annuario di critica, anno I numero 1 , 2002.
Ugo Mognanti ha pubblicato diverse opere di poesia.






